Infanzia e shoah
In occasione del cinquantenario dello Stato d’Israele, il Pitigliano
Film Festival ’98, alla
sua prima edizione, ha scelto di focalizzare l’attenzione su una tragedia che ha segnato
il ventesimo secolo e che non può, e non deve, essere dimenticata:
l’Olocausto.
Tanto più che tra circa ventanni non esisteranno più sopravvissuti a potercene raccontare
gli orrori.
In particolare, per la sezione cinematografica, si è deciso di circoscrivere lo sguardo al
mondo dell’infanzia, augurandoci che il motto del nostro festival, "
una chiave per comprendere", riesca a veicolare un messaggio
preciso, l’offerta metaforica di una chiave di lettura che stimoli il dibattito e la
riflessione.
Il cinema ha sondato ininterrottamente l’universo infantile ed adolescenziale dal momento che
l’infanzia, nella vita di tutti, rappresenta un momento di grande fragilità e vulnerabilità,
in cui le azioni dei cosiddetti "adulti" hanno un ascendente enorme.
L’uomo che ha subito un trauma in giovane età, non potrà sottrarsi al confronto e
all’interiorizzazione del proprio passato, senza pagare il prezzo di una irrisoluzione
esistenziale.
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Il cinema poi, essendo un ricchissimo repertorio di immagini, un linguaggio diretto e
immediato, è uno dei mezzi più appropriati a dar corpo e vita all’immaginario fanciullesco.
Servendosi principalmente di immagini in movimento e avendo infinite possibilità di cambiare
il punto di vista, il cinema può scrutare il mondo così come lo guarda un bambino,
avvicinandoci al suo campo visivo, rendendoci partecipi del suo rapporto con la realtà.
Ma i "volenterosi carnefici di Hitler" non risparmiarono neanche i bambini, vittime
doppiamente innocenti della Shoah e molti sono i film sul genocidio nazista che hanno per
tema l’infanzia e l’adolescenza violata e annientata, perché spesso, chi li ha diretti, ha
raccontato episodi legati alla propria infanzia.
Vengono alla mente, come sfogliando un album di foto, le scene di tanti film, di un’infanzia
ferita o precocemente persa: il girovagare del piccolo Edmund tra le macerie, in "Germania
anno zero" (Roberto Rossellini, 1948), lo sguardo del piccolo Jona, che scruta il padre con
la sua macchina da scrivere in "Jona che visse nella balena" (Roberto Faenza, 1993), la corsa
tra gli alberi di Ivan in "L’infanzia di Ivan" (Ivanovo detstvo, Andrej Tarkovskij, 1962),
l’addio straziante dei ragazzi del collegio ai loro tre compagni scortati dai nazisti in
"Arrivederci ragazzi" (Au revoir les enfants, Louis Malle, 1987), i volti smarriti nel ghetto
di Varsavia dei bimbi del "Dottor Korczak" (Korczak, Andrzej Wajda, 1990) o il finale lirico
de "I quattrocento colpi" (Les quatre-cents coups, François Truffaut, 1959), in cui Antoine
si lascia bagnare appena i piedi dalle onde del mare, per poi avvicinarsi all’obbiettivo,
guardandoci con lo sguardo disarmante di chi è stato obbligato a diventare grande.
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Nella sezione dedicata al cinema, abbiamo operato una difficile ed ovviamente parziale scelta,
proponendo alcuni film rappresentativi, ognuno con le proprie
peculiarità, del nostro "filo rosso": l’Olocausto svelato dai
ragazzini.
Sono Mendel (Alexander Røsler, 1997),
L’isola in via degli uccelli (Soren Kragh Jacobsen, 1997),
Dottor Korczak (Andrzej Wajda, 1990) biografia del grande
pedagogo Janusz Korczak, e poi un film dedicato al difficile ritorno, al reinserimento dei
sopravvissuti come La tregua (Francesco Rosi, 1996).
Sono film diversi tra loro; alcuni più di "stampo" documentario, con uso meticoloso
e mai gratuito dei movimenti di macchina, diretti soprattutto alla registrazione dei pochi
avvenimenti che accadono, altri più vicini alle tecniche linguistiche spettacolari.
Tutti comunque, concentrati sull’osservazione dei protagonisti, e principalmente
dei bambini.
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