Sentimenti ed identità tra commedia e dramma 

Il cinema ebraico tra sentimenti e identità: al tema proposto quest’anno dal Pitifest rispondono molto bene i film israeliani scelti.

 

Yossi & Jagger di Eytan Fox rappresenta la tragica struttura della Vita nel giovane Stato d’Israele oggi. Il film presenta un incantevole gruppo di giovani uomini e donne che, in questo momento della loro Vita, dovrebbero solo pensare a ballare, a studiare e all’amore. Invece, a causa del servizio militare obbligatorio e della complicata situazione in quella regione, sono costretti a dedicare gli anni migliori della loro Vita alla loro patria, all’essere soldati, a uccidere ed essere uccisi. Senza sventolare una bandiera o prendere una posizione ideologica, questo film racconta la storia di giovani che cercano di sopravvivere in un mondo impossibile.

 

Matrimonio tardivo di Dover Kosashvili, è l’opera prima di un regista di origine georgiana che ha avuto grande

successo in Israele e negli Stati Uniti. Il film affronta infatti il tema della frizione culturale tra mondi antichi e moderni. A 32 anni d’età, Zaza è costretto dalla sua famiglia a prendere moglie, e la tradizione georgiana impone che la sposa debba essere una vergine, bella e possibilmente ricca. Il problema è che Zaza è già innamorato di un’altra –Judith- una donna indipendente, divorziata, con una figlia di sei anni. Fino ad oggi, l’uomo è riuscito a tenere nascosta uesta relazione alla sua famiglia, ma i loro discorsi di nozze imminenti lo costringono a una scelta difficile: ra i suoi genitori - e l’identità ebraico-georgiana che essi rappresentano - e la donna alla quale lo legano i suoi sentimenti e che costituisce anche il suo rapporto con l’Israele moderna. Matrimonio tardivo è un film molto interessante che esprime l’allontanamento del cinema - come della letteratura delle altre espressioni artistiche - dalle tematiche esistenziali dello Stato, quali la guerra, l’ideologia, il kibbutz e la formazione della nazione, per dirigersi verso storie umane di amore, perdita e relazione, nonché verso temi sociali quali l’abuso di droghe e la povertà, il femminismo e l’omosessualità, l’assimilazione etnica e l’alienazione.

 

Quando la società israeliana era impegnata a fondare uno stato, anche la cultura era altrettanto impegnata. Ci sono voluti decenni perché si abbandonasse l’immagine ideale dell’israeliano giovane, abbronzato, lavoratore della terra e irrispettoso delle cerimonie e delle maniere del “vecchio mondo” e potesse nascere una seconda generazione di israeliani, sicuri di sé quanto basta per smettere di vergognarsi del retaggio dei propri genitori, pronti a riconoscere la libertà che ogni essere umano ha di scegliere gli elementi costitutivi della propria identità. I nuovi immigrati hanno oggi la possibilità di scegliere per sé l’ambiente circostante ed i loro vicini, e la possibilità di preservare la cultura che portano con sé.

 

A questo punto la cultura israeliana è pronta per entrare nella fase più affascinante della sua evoluzione. Dopo il melting pot, dopo il pluralismo culturale, la multietnicità, è giunto il tempo della sintesi o fusione culturale. Così l’Israele degli ultimi anni è, secondo me, il più grande laboratorio culturale al mondo.

È come se qualcuno avesse preso 100 provette e 100 culture diverse, ne avesse versato il contenuto in un unico recipiente e adesso attendesse di vedere quali saranno i risultati dell’esperimento. Certo, a volte si odono qua e là lievi esplosioni, e a volte si leva una nube di fumo grigio ma insignificante, però tra un’esplosione e un po’ di fumo, ecco che davanti ai suoi occhi si presentano dei composti e degli incroci affascinanti e straordinari.

Ebrei e arabi (sì, ancora, nonostante tutto), gente proveniente dalla Polonia e dal Tagikistan, lavorano insieme per creare cinema, o danza, o teatro, o musica che più si adatti a loro, qui e adesso. Il liuto e la darabukka arabi si sposano perfettamente, a quanto pare, con la chitarra classica e il violoncello. La danza del ventre va in scena assieme al flamenco e un musicista classico di origine irakena mostra al mondo le meraviglie della musica dei beduini del Nèghev.

 

Ecco qui la cultura israeliana. E il suo essere ancora in fieri rende l’esperienza ancora più affascinante, più intrigante, più interessante, tale da valer la pena di “mangiarne” subito, oggi stesso, perché domani sarà già diversa. Magari ancora più affascinante, ancora più intrigante e più interessante.

 

Yoram Morad

Addetto Affari Culturali dell’Ambasciata d’Israele